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la basilica di S.Antonio su facebook
Caritas Antoniana - campagna 13 giugno

Basilica del Santo


 storia e arte
 

L'ESTERNO

Panoramica della Basilica di sant'Antonio L'attuale Basilica è in gran parte l'esito a cui si è giunti attraverso tre ricostruzioni, che si sono succedute nell'arco di una settantina d'anni: 1238-1310.

Ai tempi di sant'Antonio qui sorgeva la chiesetta di Santa Maria Mater Domini, poi inglobata nella Basilica quale Cappella della Madonna Mora. Accanto ad essa, nel 1229, era sorto il convento dei frati fondato probabilmente dallo stesso sant'Antonio.

Deceduto nel 1231 all'Arcella, a nord della città, dove sorgeva un monastero di clarisse, il suo corpo - secondo il suo stesso desiderio - venne trasportato e sepolto nella chiesetta di Santa Maria Mater Domini.
Il primo nucleo della Basilica, una chiesa francescana a una sola navata con abside corta, fu iniziato nel 1238; vennero poi aggiunte le due navate laterali e alla fine si trasformò il tutto nella stupenda costruzione che oggi ammiriamo.

L'INTERNO

Interno della Basilica di sant'AntonioCi si può portare agli inizi della navata centrale. Si noterà subito come l'architettura, pur sempre gotica nell'alzata, si distingue nettamente in due parti: quella delle navate (in cui ci si trova) e quella dell'abside oltre il transetto. Non soltanto perché quest'ultima è tutta affrescata, ma soprattutto per la diversa tipologia del gotico.

L'area delle navate appare di ampia spazialità, ritmata da entrambi i lati da due calme e solenni campate. Sopra di esse, sia a sinistra che a destra, corre un ballatoio, il quale accompagna la navata centrale, per poi rinserrare tutto intero il transetto.

Più che i resti di decorazioni e dipinti, colpiscono i numerosi monumenti funebri, che rivestono pilastri e altri spazi e che risalgono soprattutto ai secoli XV-XVII. Oggi noi preferiamo vedere le chiese ripulite da queste incrostazioni del passato.
Non bisogna però sottovalutare il valore artistico di alcuni monumenti e il fatto che essi costituiscono un interessante spaccato della vita civile e culturale della città e della regione. La presenza di questi monumenti funebri non interessa però la gran parte dei visitatori.

Prima di lasciare la navata centrale, si osservi sulla controfacciata il grande affresco di Pietro Annigoni, terminato nel 1985, raffigura Sant'Antonio che predica dal noce. Il fatto avvenne a Camposampiero (Padova) dove il Santo, immediatamente prima della morte, trascorse un breve periodo di riposo e di raccoglimento (dalla seconda metà di maggio al 13 giugno 1231).

Alla gente (semplice o malata, indifferente o curiosa; simpatico il contrappunto dei tre bimbi) e ai suoi frati (ai piedi della scala c'è il beato Luca Belludi, successore di sant'Antonio) il Santo indica il vangelo come fonte di luce e di vita.


 

La Madonna dei Pilastro

Stefano da Ferrara, La Madonna del Pilastro, sec. XIVSulla prima colonna della navata sinistra si può ammirare la Madonna del Pilastro. È stata affrescata, pochi anni dopo la metà del '300, da Stefano da Ferrara.

Non si badi agli angeli che stanno sopra e ai due apostoli ai lati, che sono aggiunte posteriori. Così risalgono probabilmente al '600 i brillanti diademi sul capo della Madonna e del Bambino.

Sopra il primo altare a sinistra sta la pala di san Massimiliano Kolbe, anch’essa dipinta da Pietro Annigoni nel 1981.








 
 
 

La Cappella del Santissimo

L. Polliaghi, Cappella del Santissimo, 1926-36È la prima cappella della navata destra. Vi si conserva l'Eucaristia. Nel passato era detta Cappella dei Gattamelata, perché voluta dalla famiglia del condottiero Erasmo da Narni (soprannominato Gattamelata, + 1443) come luogo della sua tomba, che si può vedere nella parete sinistra; a destra invece è la tomba del figlio Giannantonio (+ 1456).


La cappella, in stile gotico, fu ultimata nel 1458. È di pianta quadrata, con quattro colonne agli angoli e la volta a spicchi con costoloni. Tutto il resto ha subìto varie sistemazioni nel corso dei secoli. L'ultima, comprendente anche l'abside dietro l'altare, risale agli anni 1927-1936 ed è opera di Lodovico Pogliaghi, artista assimilatore e versatile.

 
 
 
 
 
 
 
 

La Cappella di san Giacomo


Cappella di san Giacomo, panoramica, 1374Proseguendo lungo la navata destra, si raggiunge il transetto che si conclude con la Cappella di san Giacomo, voluta da Bonifacio Lupi, marchese di Soragna (Parma) con importanti incarichi diplomatici e militari presso i Carraresi di Padova.

L'elegante e arioso ambiente gotico è stato realizzato negli anni ‘70 dei Trecento da uno dei maggiori architetti e scultori veneziani d'allora, Andriolo de Santi.

La cappella si apre in basso con cinque arcate trilobate.




 

La Crocifissione.

Immediata è la suggestione che attrae il visitatore e lo avvolge nella calda atmosfera dei marmi e degli affreschi, finiti di restaurare nel 2000, che ricoprono tutta la superficie interna della cappella. Lo sguardo va spontaneamente alla grandiosa e drammatica Crocifissione, capolavoro di Altichiero da Zevio (Verona), il massimo pittore italiano della seconda metà del '300, che lo realizzò sempre negli anni ‘70 appena pronta la cappella.

Storia di san Giacomo. - Le otto lunette della cappella e uno scomparto ci presentano alcuni momenti della storia di san Giacomo, desunti dalla Legenda sanctorum o aurea di Jacopo da Varazze (1255?). Era un testo allora molto diffuso con intenti devozionali e che dava largo spazio a tradizioni e leggende e al quale tanti artisti hanno abbondantemente attinto.
L'apostolo è san Giacomo il Maggiore (fratello di san Giovanni) il cui santuario di Compostella (Galizia/Spagna) era una delle grandi mete di pellegrinaggio della cristianità, specialmente nei secoli X-XV. L'autore degli affreschi è ancora Altichiero da Zevio, ma con la collaborazione di Jacopo Avanzi, bolognese, la cui mano non è sempre facilmente distinguibile.

Proseguendo verso il deambulatorio, si lascia a destra l'uscita che conduce al Chiostro della Magnolia e, più avanti, l'entrata verso la Sacrestia; a sinistra, invece, il complesso presbiterio-coro chiuso da una superba cortina marmorea. Si giunge così alla prima cappella del deambulatorio.


 

La Cappella delle benedizioni


Capella delle Benedizioni, panoramica In questa cappella i fedeli amano far benedire anche oggetti personali, come ricordo duraturo e visibile dell’incontro di grazia avvenuto in Basilica.
Ma ad attirare l'attenzione sono ora anche gli affreschi di Pietro Annigoni, i quali realizzano una stretta sintesi su un tema che ci sembra emergere con maggiore evidenza: la tragedia del peccato.

La predica ai pesci, a sinistra (1981). L'episodio, stando alla fonte più antica, Actus beati Francisci et sociorum eius (1327-40), avvenne a Rimini nel 1223, alla foce della Marecchia.

li Santo, vista la sua predicazione osteggiata da eretici e catari, se ne andò a parlare con i pesci, che affluirono numerosi guizzando fuori dalle onde. L'artista ci presenta il Santo che poggia sicuro su un grosso masso (allusione al Cristo) nell'atto di mediatore d'una fede "rappresentata" da quell'accorrere vivace dei pesci verso il loro Creatore. Accanto a lui, un compagno dalla fede tentennante guarda impaurito la turba in arrivo. Al di là del Santo, più che le parti impressiona l'insieme: uomini e cose, tutto è sconvolto e sembra sfasciarsi. Così finisce il mondo che rifiuta Dio.


P. Annigoni, crocifisso, 1981Il Santo affronta il tiranno Ezzelino da Romano (1982). Secondo la Chronica dei notaio padovano Rolandino (1262) il fatto narrato dall'affresco è avvenuto poco prima che il Santo si ritirasse nell'eremo di Camposampiero, quindi nel maggio del 1231. Pregato dagli amici di Rizzardo di San Bonifacio (Verona) sequestrato con altri della fazione ghibellina, sant'Antonio si recò da Ezzelino III da Romano, per otteneme il rilascio. L'esito della missione fu negativo. L'artista fissa l'incontro dei due personaggi nella fase finale: un diniego che non ammette ripensamenti.

L'ostinazione del tiranno è resa dal risoluto gesto delle mani. Dietro di lui, il truce consigliere, raffigurato nella sua vera identità: il diavolo, l'ingannatore.

Ma Ezzelino non è dei tutto tranquillo: si protende in avanti, verso il Santo, con la bocca contratta da una smorfia, cercando di scrutare diffidente la fonte di tanta semplicità e coraggio. Antonio ha in mano il vangelo, ma esso è ormai chiuso per il tiranno.

Sant'Antonio, rassegnato, ha compassione del tiranno prigioniero di se stesso. Dietro, le ombre dei prigionieri, sospinti dalle guardie; gli uni estranei agli altri.

La Crocifissione (1983). - Le proporzioni, lo stacco e il risalto conferito dalla finta parete con cui è raffigurato il Crocifisso suscitano un'immediata forte reazione. Lo sguardo segue trepidante le gambe inarcate e lacere di sangue di Cristo. Il petto è stirato in giù e l'addome rigonfio, come avviene in questi condannati. Le braccia sono crudamente stirate e tutto il corpo sembra crollare. Il volto è uno strazio. Intorno l'atmosfera umida e plumbea è solcata da un lampo: unico segno, tale da non disperdere l'attenzione, dell'eco della natura. In alto, nel mezzo, una luce scarlatta, di amore e di sangue, rivela il senso ed esalta la sofferenza sacrificale di Cristo, che sembra sussurrare: "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?".

Uscendo dalla cappella, guardiamo in alto per risollevarci l'animo nelle serene e alte volte della parte absidale della Basilica. Proseguiamo lungo il deambulatorio, lasciando a destra la Cappella americana o di santa Rosa da Lima (1586-1617) patrona dell'America, delle Filippine e delle Indie occidentali; a cui segue la Cappella germanica o di san Bonifacio (673-755), grande evangelizzatore della Germania; infine la Cappella di santo Stefano, primo martire cristiano, contenente chiari e agili affreschi dell'italiano Ludovico Seitz (1907), fecondo pittore aderente al movimento dei "Nazareni".

Si raggiunge così, sempre alla nostra destra, il centro del deambulatorio da dove ci si immette nella Cappella dei Tesoro.


 

La Cappella del Tesoro


F. Parodi, Cappella del tesoro, panoramica, 1691 Questa cappella, iniziata nel 1691,opera barocca del Parodi, allievo dei Bernini, ha trovato un distinto spazio nella Basilica, senza disturbarne la coerenza gotica.

L'architettura si trasforma davanti a noi in trionfo, che inizia dalla balaustrata con le sue sei statue in marmo, dei Parodi.

Al di là della balaustrata, il passaggio che consente ai visitatori di ammirare il "tesoro" della Basilica, che dà il nome alla cappella e che è raccolto in tre nicchie distinte da paraste binate e precedute in basso da coppie di angeli
L'insieme è coronato da cordoni di angeli festanti (in stucco, di Pietro Roncaioli da Lugano) che conducono a Sant'Antonio in gloria (in marmo, del Parodi). Altre decorazioni nel tamburo della cupola (del Roncaioli) e nella calotta (inizi di questo secolo).


Memorie del Santo (antistanti la balaustrata). Prima di salire verso le nicchie, sostiamo ad osservare alcune memorie di san t'Antonio, che nel 1981 sono state collocate nell'area e sulle pareti antistanti la balaustrata.

Nel gennaio del 1981 in occasione dei 750 anni dalla morte del Santo, nell'intento di precisare lo stato dei resti mortali di sant'Antonio, nominate allo scopo una"commissione religiosa pontificia" e una "commissione tecnico -scientifica", venne aperta la tomba di sant'Antonio, per la seconda volta nella storia. (Vedi la pagina delle ricognizioni) Vi si trovò:

una grande cassa di legno di abete, rivestita di quattro teli di lino e, sopra di essi, due drappi dorati finemente ricamati;

nell'interno della grande cassa, una seconda cassa più piccola (sempre in legno di abete) a due scomparti disuguali e con il coperchio percorso in lunghezza da una cordicella con tre sigilli; all'interno tre involti di seta rosso-cremisi finemente ricamati (ricavati probabilmente da un piviale) e con preziose bordure applicate ciascuno contrassegnato da una scritta in pergamena cucita indicante il contenuto e cioè:

  • l'intero scheletro, ad eccezione dei mento, dell'avambraccio sinistro e di qualche altra parte minore;
  • gli altri resti, in gran parte allo stato di polvere;
  • la tonaca, in tessuto di lana color cinerino.
  • All'esterno della grande cassa nel loculo che la conteneva si è trovato:
  • una lapide con le date della morte dei Santo, della sua canonizzazione e della traslazione dei suoi resti dalla chiesetta di Santa Maria Mater Domini alla nuova Basilica (8 aprile 1263)
  • parecchi anellini (10 bianchi e 50 neri) di collana o corona.


Giuliano da Firenze, Reliquario della Lingua di sant'Antonio, part., 1436Per capire in parte tutto ciò, bisogna risalire al 1263. Terminata la seconda fase di costruzione della Basilica, in occasione dei "capitolo generale" che radunava a Padova i francescani ed essendo ministro generale dell'Ordine san Bonaventura, si trasferì la tomba del Santo dalla chiesetta di Santa Maria Mater Domini al centro della Basilica, sotto l'attuale cupola conica (davanti al presbiterio).

In quell'occasione fu aperta per la prima volta la bara che conteneva i resti dei Santo, soprattutto per estrame alcune reliquie da offrire alla devozione dei fedeli anche in altre chiese. Grande fu la sorpresa nel vedere ancora incorrotta la sua lingua. Fu allora che san Bonaventura, con il cuore colmo di ammirazione, pregò ad alta voce:


O lingua benedetta, che hai sempre benedetto il Signore e dagli altri lo hai fatto sempre benedire: ora appare manifesto quanti meriti hai acquistato presso Dio.

Si decise, allora, di conservare a parte la lingua dei Santo, il mento, l'avambraccio sinistro e qualche altra reliquia minore. Tutto il resto venne distribuito nei tre involti in seta rosso-cremisi, di cui si è parlato, e collocato in una piccola cassa e questa, a sua volta, nella cassa più grande.

La recente ricognizione del 1981 ha offerto l'opportunità di eseguire adeguate indagini di carattere storico, tecnico e artistico, antropologico e medico, su tutto il materiale che è stato rinvenuto. Lo scheletro dei Santo è stato in seguito ricomposto su un materassino e posato in una cassa di cristallo. In essa sono stati collocati due cofanetti in vetro con gli altri resti. La cassa di cristallo poi è stata rinchiusa in una bara di rovere e ricollocata nella tomba.
Sono invece stati esposti in questa Cappella dei Tesoro: la tonaca del Santo, le due casse in legno, la cordicella e due sigilli, i tre panni di seta rosso-cremisi ricomposti in piviale, i due grandi drappi dorati, la lapide, le monetine e gli anellini. Tutte cose che qui si possono devotamente osservare.

Reliquario del Mento di sant'Antonio, 1349Salendo da sinistra verso si trovano le tre nicchie che racchiudono reliquie di sant'Antonio e di altri santi, ma soprattutto un gran numero di doni offerti per riconoscenza o devozione da illustri pellegrini dei passato al Santo di Padova. Ciò che invece deve focalizzare l'attenzione sono le più prestigiose reliquie di sant'Antonio, che si trovano nella nicchia centrale. La lingua del Santo (al centro). Non si pensi di vedere una lingua di colore rosso vivo. Ma ciò che si vede costituisce ugualmente un fatto inspiegabile, dato che si tratta di una parte anatomica fragilissima e tra le prime a dissolversi dopo la morte. Ora sono passati oltre 770 anni dalla dipartita di sant'Antonio e quella lingua costituisce un miracolo perenne, unico nella storia e carico di significato religioso, quale suggello dell'opera di rievangelizzazione della società ad opera del Santo.

Degno di accoglienza di così incredibile reliquia è il finissimo e delicato capolavoro di armonia e di grazia, in argento dorato, opera di Giuliano da Firenze (1434-36). La reliquia del mento (in alto). Più esattamente si tratta della mandibola, collocata in un reliquiario concepito come un busto, con aureola e cristallo in luogo dei volto. È stato commissionato nel 1349 dal cardinale Guy de Boulogne-sur-Mer, miracolato dal Santo: Egli stesso lo portò a Padova l'anno dopo, procedendo solennemente alla sistemazione del mento in questo reliquiario (in argento dorato). Le cartilagini laringee (in basso). Queste, ancora conservate, che sono gli strumenti della fonazione, cioè della parola, hanno subito attirato l'attenzione, pur non costituendo un fatto inspiegabile come la lingua, nella recente ricognizione dei 1981. Si è pensato quindi di collocarle in visione insieme alla lingua del Santo. Il reliquiario è opera del trevisano Carlo Balljana.

Uscendo dalla Cappella dei Tesoro e proseguendo a destra, si incontrano: la Cappella polacca o di san Stanislao (+ 1079), vescovo e martire, patrono della Polonia; di seguito la Cappella austroungarica o di san Leopoldo (1075-1136), margravio e patrono d'Austria; segue la Cappella di san Francesco; e infine la Cappella di san Giuseppe.

La Cappella della Madonna Mora

Rinaldino di Puy Darlieux, 1396Un po' più avanti, sempre sulla destra, si entra nella Cappella della Madonna Mora.

Ci troviamo nell'ambiente dell'antica chiesetta di Santa Maria Mater Domini (fine secolo XII-inizio XIII) inglobata nell'attuale Basilica. Qui di certo ha pregato sant'Antonio e qui desiderava essere portato nell'approssimarsi della sua morte. In essa è poi stato sepolto fino al 1263.

La statua della Madonna Mora che domina l'altare è stata realizzata nel 1396 da Rainaldino di Puy-l' Evéque, un artista guascone. I padovani l'hanno chiamata "Madonna Mora" per il volto colorito, ma il titolo esprime soprattutto il loro rapporto di confidente familiarità.


A nord si apre la Cappella del beato Luca Belludi, detta anche dei Santi Filippo e Giacomo il Minore, apostoli. È stata aggiunta al complesso della Basilica nel secondo Trecento, e chiamata del beato Luca, compagno e successore di sant'Antonio, perché sotto la mensa dell'altare vi è la sua tomba. Qui sostano spesso gli studenti padovani, che si affidano all'intercessione del beato nel loro difficile impegno di studi.
La cappella è stata, comunque, dedicata fin dall'inizio ai santi Filippo e Giacomo. Molto interessanti gli affreschi del fiorentino Giusto de' Menabuoi, che risalgono sempre alla seconda metà del Trecento (1382). Deperiti a causa soprattutto dell'umidità, sono stati di recente recuperati da un riuscito restauro che ne ha valorizzato il notevole livello artistico.

Il sarcofago pensile è oggi vuoto. L'altare è del Duecento e pare che dal 1263 al 1310 fosse l'altare-tomba di sant'Antonio, collocato però davanti al presbiterio della Basilica, sotto la cupola conica.


 

La Cappella della tomba di sant'Antonio


Cappella di sant'Antonio, panoramica, sec. XVILa tomba del Santo è stata chiamata fin dagli inizi anche "Arca". In questa cappella, sotto la mensa dell'altare e ad altezza d'uomo, c'è la tomba del Santo, qui collocata dopo essere stata dal 1231 al 1263 nella chiesetta Santa Maria Mater Domini (oggi Cappella della Madonna Mora) e dal 1263 al 1310 nel centro della Basilica, di fronte al presbiterio, sotto l'attuale cupola conica; incerta invece rimane la collocazione della tomba dal 1310 al 1350 (che può essere stata anche l'attuale). Dal 1350 è sempre rimasta in questa cappella.

Fino agli inizi del Cinquecento lo stile con cui era ornata la cappella era quello gotico, con affreschi di Stefano da Ferrara, lo stesso della Madonna del Pilastro.

L'arredo attuale, cinquecentesco, notevolmente unitario dal punto di vista architettonico e scultoreo, sembra doversi attribuire a Tullio Lombardo.
L'altare è piuttosto invadente, ma l'artista Tiziano Aspetti (che lo realizzò verso la fine dei Cinquecento) era condizionato dall'altezza difficilmente modificabile della tomba, di certo precedente. Le statue sull'altare (sant'Antonio tra san Bonaventura e san Ludovico d'Angiò) sono dello stesso artista, mentre altri bronzisti hanno realizzato gli Angeli portacero, il cancelletto e i due piccoli candelabri.

Quelli più grandi e slanciati, su supporti d'angeli in marmo, sono invece creazione secentesca di Filippo Parodi.

Altorilievi che accompagnano l'itinerario intorno alla tomba. - Con un po' di attenzione e di buon senso si può armonizzare, per chi lo desidera, una sosta di raccoglimento presso la tomba del Santo con uno sguardo sommario ai nove altorilievi che la cappella ci propone.

  1. Sant'Antonio riceve l'abito francescano. Opera di Antonio Minello (1517).

  2. Il marito geloso, la cui moglie, pugnalata per gelosia, viene risanata dal Santo. Il lavoro, iniziato da Giovanni Rubino (detto il Dentone), fu portato a termine da Silvio Cosini (1536).

  3. Il giovane risuscitato dal Santo. Il Santo, prodigiosamente trasferitosi in Portogallo, risuscita un giovane perché riveli l'identità dei suo vero assassino così da scagionare il padre di Antonio, nel cui orto il cadavere era stato occultato. Iniziato da Danese Cattaneo, fu ultimato da Girolamo Campagna (1573).

  4. La giovane risuscitata. Si tratta di una ragazza annegata, risuscitata dal Santo, che nella rappresentazione non compare anche se in alto si vede la sua Basilica. È opera di Jacopo Sansovino (1563). Realizzazione ben calibrata e intensamente vigorosa.

  5. Il bambino risuscitato. Si tratta del nipotino di sant'Antonio. Opera di Antonio Minello con ritocchi del Sansovino (1536).

  6. Il cuore dell'usuraio defunto non viene trovato dove doveva essere, ma nel suo forziere, come il Santo aveva sostenuto. Opera di Tullio Lombardo (1525).

  7. Sant'Antonio riattacca il piede a un giovane, che per disperazione se l'era troncato dopo aver dato un calcio alla madre. Evidente la mano di Tullio Lombardo (1504).

  8. Il bicchiere rimasto intatto, dopo essere stato scagliato a terra per sfida da uno che non credeva nella predicazione e nei prodigi operati da sant'Antonio. Iniziato da Giovanni Maria Mosca, fu portato a termine da Paolo Stella (1529).


  9. Sant'Antonio fa parlare un neonato, perché attesti la fedeltà della madre, ingiustamente sospettata dal marito geloso. Opera di Antonio Lombardo (1505), fratello di Tullio.

 

Il complesso coro-presbiterio

Presbiterio della Basilica di sant'AntonioPer visitare questo settore della Basilica è necessario rivolgersi a uno dei custodi.

La decorazione della parte absidale della Basilica. La decorazione pittorica che ricopre la parte absidale della Basilica è stata realizzata dal bolognese Achille Casanova e aiuti tra il 1903 e il 1939, secondo un ampio progetto iconografico che non è il caso di presentare. L'intervento è stato molto criticato, perché troppo scolastico e disturba le pure linee architettoniche, che avrebbe dovuto invece accompagnare con semplicità e discrezione. Ma sarebbe riduttivo vedere soltanto ciò. L'opera ha in effetti qualcosa di grandioso ed è certo unica. Quando la Basilica è debitamente illuminata, si resta affascinati da una viva e avvolgente emozione

In basso, il coro: con tale termine si intende sia l'ambiente retrostante l'altare maggiore sia l'insieme degli stalli in cui sostano i religiosi per la celebrazione della "Liturgia delle ore", che è la preghiera ufficiale della Chiesa per il mondo, e durante la quale non manca mai il ricordo di quanti si raccomandano alle preghiere dei frati. Fino al 1649 il coro si trovava davanti all'attuale altare, nel presbiterio. Così era fino al concilio di Trento nella gran parte delle chiese che avevano il coro, come si può vedere tuttora particolarmente nelle chiese anglicane; poi gradualmente il coro è stato trasportato dietro l'altare per consentire ai fedeli di vedere meglio l'altare e di seguire con maggiore attenzione la liturgia. Gli attuali stalli dei coro della Basilica risalgono al secondo Settecento. I precedenti, capolavoro gotico dei fratelli Lorenzo e Cristoforo Canozzi e aiuti (1462-69), furono distrutti dall'incendio del 1749.

Il candelabro pasquale: capolavoro di Andrea Briosco. A nord dell'altare si può osservare il superbo candelabro pasquale in bronzo di Andrea Briosco, detto il Riccio, terminato nel 1515. Non solo per dimensioni (m 3,92 più 1,44 di basamento marmoreo) ma anche per complessità e livello di fattura esso è uno dei massimi candelabri dell'Occidente cristiano.

Il complesso donatelliano: una grandiosa sinfonia della vita e della fede. - Concludiamo la visita della Basilica, osservando alcune delle trenta opere che il grande Donatello ha creato a Padova, dal 1444 al 1450, e che costituiscono uno degli eventi fondamentali del rinascimento e dell'arte non solo italiana.

La Deposizione. - L'opera (si trova nel retro dell'altare maggiore) è in pietra di Nanto (Colli Berici, Vicenza). Quattro discepoli, tesi dal dolore, adagiano il nudo inerte corpo di Cristo nel sepolcro. Dietro esplode lo strazio delle donne. Nel centro la Maddalena: più delle altre 43 donne ella esprime l'orrore di essere rimasta sola, nella memoria del suo peccato. E, nella rivelazione cristiana, il peccato è la causa profonda della morte.

Il miracolo della mula (a sinistra, piuttosto in alto, sempre nel retro dell'altare). L'artista situa il noto episodio nella grandiosità di una Basilica, davanti all'altare. Gli studiosi, e non solo loro, continuano a stupirsi di fronte alla magia donatelliana che sa dare a spazi ridotti ampiezza e profondità inattese, utilizzando linee, decorazioni e materiali di vario colore. Lo sguardo scende dalle volte laterali, dilatandosi nello scorrere delle linee trasversali, e come un'onda raccoglie le due masse di uomini e le spinge verso l'altare. Qui, di fronte all'acceso diffondersi della luce si avverte la serena calma della presenza di Dio: lo rivelano la santità e la fede di Antonio da una parte e la voce silenziosa della natura dall'altra. La scoperta della presenza di Dio si riflette nelle risonanze individuali dei presenti: una sola umanità agitata e ansiosa di Dio, un frantumarsi di reazioni...

Donatello, come tutti i grandi geni, trascende la cultura dei suo tempo e ci appare quanto mai moderno. Come si può vedere, il rilievo molto basso riduce in prospettiva il volume dei corpi, che vengono appiattiti e dilatati acquistando così un suggestivo valore pittorico. Questa tecnica, nella quale il Donatello è stato maestro, è chiamata con il termine toscano (stiacciato", che vuol dire "schiacciato".

Sulla destra del controaltare, l'artista presenta Sant'Antonio che fa parlare un neonato (perché attesti la fedeltà della madre, ingiustamente sospettata dal marito). In basso a destra: il bue (alato e nimbato per indicare che è il simbolo di un santo, nel caso dell'evangelista san Luca); a sinistra: il leone (simbolo di san Marco).

L'altare maggiore. Quello che ora vediamo fu realizzato nel 1895 da Camillo Boito (fratello dei musicista Arrigo) ed è l'ultimo fra i diversi altari innalzati in Basilica nel corso dei secoli. Queste variazioni sono dovute al mutare della sensibilità e della prassi liturgica. In quello attuale sono stati radunati tutti i capolavori del Donatello, che prima erano sparsi in altri posti della Basilica. Eccoli di seguito descritti ad uno ad uno.

I 14 piccoli angeli e il Compianto di Gesù. In basso, lungo il lato frontale e i lati laterali dell'altare, sono stati collocati 10 originalissimi angeli musicanti (in dieci formelle) e 4 angeli cantori (in due formelle, quelle ai lati del Cristo morto). Benché non manchi in essi qualcosa di goffo, come del resto nell'arte dei tempo non ancora matura nella rappresentazione del bambino, questi putti suscitano in noi un'immediata simpatia per l'impegno tutto infantile con cui vivono la loro parte.

Al centro il Compianto di Gesù morto: una pagina di commovente tenerezza.

La porticina dei Tabemacolo presenta Cristo morto assiso sul sepolcro (dei 1496: non si conosce lo scultore). Ai lati: alla nostra sinistra, Sant'Antonio riattacca il piede ad un giovane (che se l'era mozzato per disperazione dopo aver dato un calcio alla madre); a destra, Il cuore dell'usuraio (che non viene trovato dal chirurgo nel petto dell'usuraio, ma nel suo forziere).

   
Santa Giustina
Santa Giustina e san Daniele. - Più in su, sopra l'altare, alla nostra sinistra: Santa Giustina (giovane martire padovana, il cui culto è attestato fin dal V secolo e alla quale è dedicata la grandiosa Basilica nel vicino Prato della Valle); a destra, San Daniele (giovane diacono di Padova, martire agli inizi dei IV secolo e i cui resti riposano nel Duomo).
   
L'altare estende ai lati due ali più basse sulle quali, alla nostra sinistra, si ha: sotto, l'angelo (simbolo di san Matteo) e, sopra, San Ludovico; alla nostra destra: sotto, l'aquila (simbolo di san Giovanni evangelista) e, sopra, San Prosdocimo.
   
San Ludovico d'Angiò San Ludovico d'Angiò e San Prosdocimo. San Ludovico (127 - 497), figlio di Carlo Il d'Angiò, re di Napoli: rifiutò la successione e, prima di accettare di essere vescovo di Tolosa, volle passare attraverso l'esperienza francescana. Le sue scelte suscitarono una vasta impressione. Morì a 23 anni.
   
San Prosdocimo
San Prosdocimo (seconda metà del III secolo) è il fondatore e il primo vescovo della città di Padova. La sua tarda età è stata confermata dalla recente ricognizione delle ossa, che riposano nella Basilica di Santa Giustina.
   

San Francesco

San Francesco e sant'Antonio. - Ai lati della Madonna Donatello ci presenta san Francesco e sant'Antonio, grandi protagonisti della vita religiosa e culturale del Duecento.
sant'Antonio
   
Madonna
La Vergine e il Figlio. Il tema centrale di tutta la sinfonia donatelliana. La Madonna è giovanissima, anch'essa in varie parti incompiuta: appena uscita dall'opera del fonditore, ha la freschezza della prima creazione. Ci impressiona tanta bellezza unita a tanta fissità di dolorosi pensieri. Ci ricorda certa statuaria antica, ma qui c'è anche il moto della vita e della storia.
   
Crocifisso
Il Crocifisso. - Dietro la statua della Vergine s'innalza e domina lo spazio il Crocifisso. Come lasciano intuire le proporzioni, esso non è stato realizzato dal Donatello per l'altare, ma per essere collocato nel mezzo della chiesa.
Lo si osservi dal basso. Il chiodo gonfia e increspa le vene trasversali del piede destro. L'occhio scorre con dolore lungo le gambe inarcate e spostate a destra, ma non ancora irrigidite. Impressionanti, specie se colpiti dalla luce, il ventre e il petto, che lasciano intravedere lo scheletro. Le braccia sono percorse dal fremito ancora vivo delle vene e dei nervi. Il volto è quello di un eroe che fonde bellezza e coraggio.
   

Sacrestia

Basilica di sant’Antonio, Panoramica della Sacrestia.La sacrestia è preceduta da un atrio adorno di pregevoli affreschi. Sono attribuibili a un seguace di Girolamo Tessari (detto anche Dal Santo). Rappresentano due miracoli: sant'Antonio predica ai pesci e il bicchiere scagliato a terra rimane intatto (entrambi dei 1528).

Nella lunetta sopra la porta murata, bell'affresco della metà dei '200: Vergine coi Bambino tra i santi Francesco e Antonio.

Entrati nella luminosa sacrestia, si ammiri subito la volta tutta ravvivata dagli affreschi di Pietro Liberi che cantano, con estro e sbrigliata fantasia, la gloria di sant'Antonio (1665).

Sulla destra dopo l'entrata, la parete è occupata da un grande armadio a muro, opera di Bartolomeo Bellano (1469-1472). Le dieci tarsie che lo illuminano sono di Lorenzo Canozzi (1474-1477); rappresentano (da sinistra): i santi Bernardino e Girolamo, Francesco e Antonio, Ludovico d'Angiò e Bonaventura; nei pannelli sottostanti, nature morte con Iibri e oggetti liturgici. Sulle altre pareti, tele a olio di Francesco Suman (1847).
Attraversata una stretta saletta, si scende nell'ariosa sala dei capitolo (si chiamano capitoli le riunioni ufficiali dei frati). Originariamente era decorata con un ciclo d'affreschi attribuiti a Giotto. Purtroppo ora ne rimangono pochi resti.




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